La Lepre italica è stata descritta per la prima volta nel 1898 dal naturalista De Winton, che aveva esaminato campioni provenienti dalla Corsica, a cui aveva attribuito il nome di Lepus corsicanus.

Successivamente, seguendo la revisione di Miller (1912), gli zoologi avevano concordato che tutte le lepri presenti in Italia appartenessero a un’unica lepre europea (Lepus europaeus), presente sul territorio con diverse sottospecie.

Basandosi sui pochi campioni museali Toschi (1965) aveva ipotizzato che la popolazione autoctona di lepri italiane comprendeva principalmente due sottospecie.

La prima, L. e. meridiei, abitava l’Italia settentrionale, ma anche la Francia meridionale e le regioni dell’arco Adratico.

La seconda, L. e. corsicanus, era propria delle regioni centro-meridionali e della Corsica; era quella precedentemente descritta da De Winton come una specie distinta.

Le intense e continue immissioni a scopo venatorio avevano introdotto in Italia altre tre sottospecie.

La prima era costituita dalla sottospecie tipica, L. e. europaeus, presente nelle aree alpine in contatto con le popolazioni centro europee, da dove prevalentemente era stata importata.

La seconda, L. e. hybridus, proveniva da individui importati dall’Ungheria.

Infine la terza, L. e. transylvanicus, comprenderebbe, secondo Toschi, la maggior parte delle lepri importate dalla ex-Jugoslavia negli ultimi decenni.

Da allora, si è quindi creduto che le popolazioni italiane avessero perso una propria identità autoctona e che fossero il frutto di incroci tra popolazioni autoctone con quelle immesse, tutte comunque appartenenti alla specie L. europaeus.

Nonostante tali convinzioni diversi ricercatori si impegnarono negli ultimi decenni del secolo scorso a cercare nuclei autoctoni che potessero essere sopravvissuti all’inquinamento genetico ipotizzato, allo scopo di procurarsi fondatori autoctoni per interventi di seria reintroduzione in sostituzione dei “ripopolamenti” a scopo venatorio.

Tra questi lo zoologo romano Francesco Maria Angelici (1989) raccolse diversi campioni del Lazio che oltre a sembrare appartenere a un ceppo autoctono diverso da quello di importazione, suggerivano di dar nuovo credito alle ipotesi sistematiche di De Winton.

Alla fine degli anni ’90, i ricercatori dell’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica, intensificarono le ricerche in tutta la Penisola raccogliendo campioni che si sono aggiunti ai reperti museali già disponibili. Queste indagini hanno dato risultati sorprendenti.

Innanzitutto, distribuite a macchia di leopardo nelle regioni centro meridionali, sono state trovate diverse popolazioni attribuibili morfologicamente alla forma corsicanus descritta da De Winton e da Angelici.

Poi, confrontando le caratteristiche morfologiche (Riga et al. 2001) e il DNA mitocondriale (Pierpaoli et al. 1999), si è potuto verificare che queste popolazioni costituissero un’identità tassonomica distinta dalla lepre europea, a cui doveva essere assegnato il rango di specie, riattribuendo il nome assegnato nel 1898 da De Winton: Lepus corsicanus.

Così, in un periodo della storia dell’Uomo in cui si credeva si potessero scoprire nuove specie di mammiferi solo in rarissimi luoghi remoti della Terra, veniva letteralmente scoperta, anzi “riscoperta”, una nuova specie di mammifero nel pieno della vecchia Europa: la Lepre italica (Lepus corsicanus de Winton, 1898), specie endemica dell’Italia centro-meridionale e della Sicilia.